Agli sgoccioli della mia carriera universitaria, con l’orologio che ti ricorda in ogni momento che il mondo del lavoro ti sta aspettando, che qualcuno, a Londra, Hong Kong o Shanghai valuterà positivamente il tuo curriculum, ti offrirà uno stage, o nella migliore delle ipotesi un lavoro, che la spirale della carriera ad ogni costo attende solo di imprigionarti nel suo vortice, ho deciso di fare un’esperienza di volontariato.
Sono quindi partita per lo Zambia, spinta dalla Curiositas che ha sempre caratterizzato la mia irrimediabile voglia di evadere, di viaggiare, di inquisire la cultura altra, e che mi ha anche portato per lungo tempo lontano dal nostro paese verso l’Estremo oriente.
Al mio arrivo non mi sarei mai aspettata di trovare un progetto così ben avviato e funzionante. L’Associazione St. Bakhita è l’attuale nome del progetto che Don Maurizio Canclini, prete besozzese ora trapiantato a Milano, ha avviato a Mazabuka, villaggio a circa due ore di jeep dalla capitale zambiana Lusaka.
L’associazione comprende una Panetteria che vende il pane più gustoso del villaggio non temendo la concorrenza dei prodotti industriali del grande supermarket sudafricano Shoprite. Non a caso, i panettieri sono ragazzi africani i quali sono stati ospitati in Italia, per circa sei mesi, presso dei panifici milanesi al fine di imparare l’arte della panificazione. D’altra parte, alcuni panettieri del varesotto sono andati a Mazabuka ad istallare i forni, donazione dell’Associazione Panificatori Milanesi al villaggio, e a monitorare il processo di avviamento del panificio.
La Panetteria non è però il solo progetto di successo, sebbene sia l’unico che generi un reddito, il quale viene poi reinvestito negli altri programmi dell’Associazione nel tentativo di creare un ciclo di auto-sostentamento. Gli altri progetti comprendono l’Art Center, luogo in cui ragazzi disabili e non solo possono dare sfogo alla propria vena creativa e potenziare le loro già spiccate abilità artistiche; il Computer Institute, che offre corsi d’informatica ai giovani del villaggio; le Arche e la Community House, che accolgono in tutto circa una cinquantina di ragazzi; ed il centro giovanile che consta di un centro ricreativo, una palestra, ed una biblioteca nuova di zecca alla cui apertura ho contribuito attraverso un accurato lavoro da archivista. Questi progetti nascono con lo scopo di fronteggiare alcuni problemi legati alla povertà quali alcolismo e diffusione dell’Aids, offrendo un’alternativa protetta e sicura ai giovani di Mazabuka. Infine, la Farm ovvero una fattoria a circa un’ora di jeep dal centro, fornisce circa l’ottanta per cento del mais utilizzato nel programma nutritivo giornaliero che la Scuola offre ai propri bambini. La scuola (“Luyobolola Community School”) è infatti il più grande progetto dell’Associazione, poiché accoglie ottocento studenti ai quali viene offerto quotidianamente l’insegnamento (dal grado 1 al grado 9) ed un pasto prevalentemente a base di Nshima, una sorta di polenta bianca, accompagnata da qualche altra pietanza.
Il mio contributo spaziava dai lavori manuali, quali imbiancare le Arche e la Bakery, all’archiviazione di libri, a lavori di natura amministrativa, all’insegnamento dell’italiano a Collins, promettente ragazzo zambiano che ha appena iniziato la Facolta’ di Economia presso l’Università di Pavia, finanziato dall’Associazione.
Stare a stretto contatto e condividere la quotidianità con i ragazzi accolti nella Community House, e’ sicuramente il ricordo più profondo di questa mia esperienza. Nella Community House vengono accolti tredici ragazzi provenienti da situazioni disagiate, i quali oltre a trovare un tetto, e dei pasti quotidiani, soprattutto trovano l’affetto che solo una famiglia può offrire. Certo una famiglia anomala, composta da giovani che arrivano da diverse parti di Mazabuka e non solo, da Bamama, una signora che prepara quotidianamente il pranzo e si occupa delle faccende di casa. A loro si aggiungono, soprattutto nel periodo invernale (nostra estate), volontari o persone interessate a visitare i progetti e ad entrare in contatto con le persone locali, con la vera Africa, scansando lodges da cento dollari a notte.
L’Africa è diversa, differente con la sua morbida idea del quotidiano. La condivisione della routine giornaliera, così come la precisa suddivisione del lavoro tra i ragazzi i quali mai si lamentavano nell’adempiere ai propri compiti, mi hanno colpito ed arricchito a livello intellettuale ed umano. Un’atmosfera di grande convivialità, di solidarietà, di grande compassione, scevra di quella componente pietistica che il termine ha assunto per noi, dopo secoli di Cristianesimo. Compassione nel senso di vivere insieme, di co-sentimento, di condivisione. Chi ha letto Kundera sa bene cosa intendo.
L’Africa sorride… nonostante tutto. Preziosi bianchi su basi scure rimangono indelebili nella mia mente.
L’Africa cammina.. lenta, con movimenti armonici coordinati da pesi equamente bilanciati sulla testa.
L’Africa attende.. flussi di aid fagocitati da governi corrotti.
L’Africa e’ enfatica, sconfinata ed ammagliante nei suoi paesaggi.
L’Africa e’ rumorosa nelle risate fragranti.
L’Africa e’ rossa come la sua terra ed il colore dei suoi batik.. come il fuoco che brucia ogni sera immensi campi coltivati a canna da zucchero.
L’Africa e’ scomoda e mai scontata: una strada non e’ unicamente una strada asfaltata. Una luce non e’ pronta ad accendersi ogni qual volta si tocca l’interruttore.
L’Africa ti fa sedere, spegnere il laptop e riflettere, mentre davanti a te passa una bambina con sulle spalle il fratello che pesa poco meno si lei.
L’Africa ti fa capire che la voglia di conoscenza e di riscatto sociale non e’ diritto di tutti, bensì privilegio di pochi.
L’Africa t’insegna che non c’e’ solo una strada verso lo sviluppo.
L’Africa mi è parsa un antico giaciglio di umanità.
A.B.
davvero un bel viaggio!