E’ stata celebrata domenica 7 febbraio la S. Messa in onore della Santa, per la ricorrenza della sua morte.
Le celebrazioni continuano domenica. Infatti il 14 febbraio, presso la casa di riposo alle ore 15.30, Mons. Luigi Stucchi consegnerà la reliquia e intitolerà la chiesa a Santa Giuseppina Bakhita con rito di Benedizione.
Di seguito la breve storia della Santa cui verrà dedicata la chiesa della Casa di Riposo di Besozzo.
Bakhita nacque intorno al 1869 in un piccolo villaggio del Sudan occidentale. All’età di quattro – sei anni, fu rapita da mercanti arabi di schiavi. Per il trauma subito, dimenticò il proprio nome e quello dei propri familiari: i suoi rapitori la chiamarono Bakhita, che in arabo significa “fortunata”. Venduta più volte dai mercanti di schiavi sui mercati di El Obeid e di Khartoum,
Nella capitale sudanese venne infine comprata dal console italiano Callisto Legnani, con il proposito di renderle la libertà
Quando nel 1884 il diplomatico italiano dovette fuggire dalla capitale in seguito alla Rivolta Mahadista, Bakhita lo implorò di non abbandonarla. Insieme ad un amico del signor Legnani, Augusto Michieli, raggiunsero prima il porto di Suakin sul Mar Rosso, dove appresero della caduta di Khartoum, e dopo un mese si imbarcarono alla volta di Genova. In Italia Augusto Michieli con la moglie presero con loro Bakhita come bambinaia della figlia Mimmina e la portarono nella loro casa a Zianigo (frazione di Mirano). Dopo tre anni i coniugi Michieli si trasferirono in Africa a Suakin dove possedevano un albergo e lasciarono temporaneamente la figlia e Bakhita in affidamento presso l’Istituto dei Catecumeni in Venezia gestito dalle Figlie della Carità (Canossiane). Bakhita venne ospitata gratuitamente come catecumena e cominciò a ricevere così una istruzione religiosa.
Quando la signora Michieli ritornò dall’Africa per riprendersi la figlia e Bakhita, quest’ultima manifestò la sua intenzione di rimanere in Italia con le suore Canossiane. La signora Michieli fece intervenire il Procuratore del Re, venne coinvolto anche il cardinale patriarca di Venezia Domenico Agostini, i quali insieme fecero presente alla signora che in Italia non erano riconosciute le leggi di schiavitù: il 29 novembre 1889 Bakhita fu dichiarata legalmente libera.
Nel 1902 fu trasferita in un convento dell’ordine a Schio dove trascorse il resto della propria vita. Qui lavorò come cuciniera, sagrestana, aiuto infermiera nel corso della Prima Guerra Mondiale quando parte del
convento venne adibito ad ospedale militare. A partire dal 1922 le venne assegnato l’incarico di portinaia, servizio che la metteva in contatto con la popolazione locale che prese ad amare questa insolita suora di colore per i suoi modi gentili, la voce calma, il volto sempre sorridente: venne così ribattezzata dagli scledensi (cioè dagli abitanti di Schio) “Madre Moréta”.
Dal 1939 cominciò ad avere seri problemi di salute e non si allontanò più da Schio. Morì l’8 febbraio 1947 dopo una lunga e dolorosa malattia.
A soli 12 anni dalla morte, iniziò il processo di canonizzazione, che terminò con la beatificazione avvenuta il 17 maggio 1992 e con la canonizzazione il 1° ottobre 2000.