La fuga, il coraggio, la solidarietà. Ne “L’ora della carità”, libro nato da una tesi di laurea e sviluppatosi grazie all’interessamento di un editore del Canton Ticino, Silvia Sartorio (attrice besozzese diplomata in recitazione presso l’Accademia dei Filodrammatici di Milano e laureata in Lettere Moderne) ci racconta piccole grandi storie legate al nostro territorio, sullo sfondo della seconda guerra mondiale.
Dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943, moltissime persone cercarono di fuggire alla cattura da parte dei nazisti: in particolare, per chi abitava nella nostra zona, il primo luogo dove tentare di trovare la salvezza era il Canton Ticino. Solo da Cunardo, paese di origine dell’autrice, nella notte dell’11 settembre e in quelle seguenti passarono migliaia di persone che fuggivano dall’obbligo di leva per la Repubblica di Salò.
Il libro della Sartorio indaga su cosa succedeva a queste persone una volta giunte in Canton Ticino, con particolare interesse nei confronti del ruolo assunto in quella situazione dalla Chiesa cattolica. Spulciando nell’archivio della Cura vescovile di Lugano, l’autrice ha ricostruito l’azione del vescovo Jelmini, uomo equilibrato che con la sua abilità diplomatica ha salvato molti intellettuali emigrati in Svizzera dal rimpatrio forzato, fossero essi democristiani o comunisti, cattolici o ebrei. Un aspetto interessante da considerare è proprio la vivacità dell’ambiente culturale all’interno dei campi per rifugiati: lì infatti si incontrarono alcuni tra i personaggi più importanti dell’antifascismo, che dalla Svizzera si preparavano a creare, una volta fatto ritorno in patria, la Repubblica italiana.
Ma la storia dei rifugiati italiani in Svizzera ha come veri protagonisti le centinaia di migliaia di persone “normali”, in fuga dalla fucilazione per renitenza alla leva e senza un soldo in tasca. A fianco di personaggi del calibro del vescovo Jelmini, ci furono anche molti semplici sacerdoti che misero in pericolo la propria vita per aiutare i rifugiati a far giungere notizie sul proprio stato ai famigliari rimasti in Italia: don Bonanomi, ad esempio, si recava di notte sul confine per buttare in Italia i pacchi contenenti le lettere e mons. Camponovo entrava in Italia ogni settimana per “rifornirsi di materiale per preghiere”, salvo poi annotare dietro le immaginette i nomi dei rifugiati (preceduti da un “San” o “Beato” per depistare i controlli) e fare arrivare denaro ai famigliari.
Storie di solidarietà umana e cristiana, una carità sensibile alle disgrazie altrui e consapevole della responsabilità morale e sociale verso i meno fortunati. Al di là delle motivazioni, che possono essere legate a insegnamenti cristiani come a un laico sentimento di amore per l’umanità, una riflessione sull’importanza che il concetto di carità riveste nella storia e nella società sarà sempre un momento importante per guardare alla realtà intorno a noi con occhi nuovi. Perchè “l’ora della carità” è anche oggi, ora che rifugiati in cerca di salvezza guardano all’Italia come a un punto di arrivo e non di partenza.