
In questi giorni di forzato riposo ho avuto molto tempo a disposizione per leggere, riflettere, ricordare.
Sistemando alcuni cassetti mi sono capitati tra le mani alcuni vecchi “Il Faro”. In particolare sono rimasta attratta dal numero 2 dell’aprile 1968. Tra i componenti della redazione, un nome mi è balzato agli occhi…Claudio Miglierina. Una data mi è tornata alla memoria: 1949 … 2009. Claudio avrebbe compiuto sessant’anni! Una data importante, quella che un tempo, in linea di massima, segnava il passaggio dall’attività lavorativa alla pensione. Così mi è sembrato giusto ricordarlo sulle pagine del Michelino, il giornale che ancora una volta vuole dare voce ai Besozzesi.
Forse alcune delle tante persone che hanno conosciuto Claudio oggi leggono questo giornale. Forse molti di quelli che lo hanno conosciuto, a differenza di me, sono in questo momento impegnati, occupati, indaffarati.
1968… per alcuni mesi le nostre strade si sono incrociate e abbiamo condiviso gli stessi entusiasmi e le stesse speranze. Le pagine del nostro giornale rappresentavano per noi uno strumento di condivisione, di dialogo, anche di scontro, ma sempre con la volontà di conoscere, di capire, di essere liberi di criticare. Poi le nostre strade si sono separate: per me l’impegno della famiglia, per te la passione politica, per poi tornare a scorrere parallele nel 1981. Nel tuo caso, il dramma terribile della morte della moglie e del figlio, nel mio caso la gioia di una terza gravidanza portata a termine felicemente. Per me la gioia di vedere e di sentire il battitto del cuore di mia figlia attraverso l’ecografia, uno strumento che non avevo sperimentato nelle precedenti gravidanze, anche se erano passati solo pochi anni. Per te il limite di una strumentazione diagnostica che non ha potuto o non ha saputo segnalare le tragedia che stava per accadere.
Riguardando le pagine di quel giornale del 1968, mi ha colpito il fatto che tu, a soli diciannove anni, avessi scelto di descrivere il cimitero, nella rubrica “L’angolo di paese” che di solito non curavi. “Ma i nomi non importano… Formano una società diversa, in cui sono eliminati le disuguaglianze, a parte trascurabili differenze esteriori, i vizi sono dimenticati, le virtù trionfano; penso che non desidererebbero ritornare più sulla terra, neppure per un attimo, sarebbe un risveglio troppo brusco e spiacevole.” E concludevi con queste parole “Un monticello di zolle umide sale su, più su: l’opera è compiuta, gli affossatori se ne vanno. I cancelli luccicano di fronte: o Padre del villaggio, un giorno ci sarò anch’io a posare, per dirla con Gray, “in grembo del suo Padre e del suo Dio”.
Per ricordarti, mi è sembrato bello trascrivere integralmente l’ultimo articolo che hai scritto per il Faro. Le tue parole, a distanza di oltre vent’anni, colpiscono ancora per la loro attualità.
Con amore con squallore
Tu per che cosa vivi?
Ehi, dico a te: a te che stai pensando a quello che devi studiare per domani, a te, acrobata della città, che cammini sul filo, cercando di restare sempre a galla e di emergere tra tutti, a te che riesci ad essere sempre così “à la page” in fatto di moda con i vezzosi pantaloni attillati color fragoletta di bosco e i capelli inanellati morbidamente sciolti sulle gracili spalle con mèches pepe e sale, a te che non stai più nella pelle pensando alla “donna” che ti aspetta all’uscita di scuola o nel bar all’angolo, a te infine che ami la vita tranquilla e che perciò stai lottando per il famoso “pezzo di carta” o per l’altrettanto famoso aumento di stipendio.
Cosa ne pensi?
La tua vita passa lentamente, monotona, inutile, senza soluzione, ogni giorno uguale, stupido; la speranza è diventata un’abitudine, l’amore non è quella felicità che si desiderava, la tua vita non serve a niente. Ma non ti dispiace di questo, di non sapere perchè vivi; ti dispiace invece che vengo a romperti l’anima con questi accidenti; ci sono i tuoi che ti costringono ad andare ancora in moto e non si decidono a comprarti, non dico la “Mini”, ma neppure una modesta, modestissima “500”, e poi c’è anche la “donna” che è arrabbiata con te per via di quell’innocentissimo sorriso all’altra. ma insomma cosa si vuole da te? Tu vuoi vivacchiare tranquillo, pensando ai fatti tuoi. e poi saltano fuori quei rompiscatole patentati che ti fan fare la figura dell’idiota muto.
Ma non ti accorgi della freddezza, dell’egoismo, del menefreghismo in cui sei immerso, non ti rendi conto delle illusioni che ti nutrono? Cosa farai da grande?Ti sposerai e farai figli, e poi? Morirai anche tu, visto che non se ne può fare a meno. Tutto lì? Per favore non venirci a raccontare che non vivi di illusione e che, come gli isterici personaggi di una tragedia classica, perseguitati dalle ombre delle loro colpe, continui a scambiare i tuoi sogni per realtà.
Smetti di picchiare, fare del male, fregartene degli altri; abbandona la tua cittadella di luci false e di idoli creati; altrimenti lo spettacolo, la farsa, lo schifo della tua vita continuerà e tu rimarrai un pagliaccio.
Sei ancora in tempo a cambiar vita, a vivere per qualcosa di più, a morire per qualcosa di più.
Grazie Claudio, per la tua vita, per le tue idee, per il tuo impegno.
Maria Angela
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Grazie Maria Angela
Grazie Claudio e grazie Maria Angela per avermi permesso di leggere parole di molti anni fa che suonano profetiche, come avviene spesso per chi vede lontano. Nella mia Spoon River personale ho scritto di lui, ricordando le interminabili serate passate a cambiare il mondo: “Libri, politica, passioni civili, ancora libri. A tarda notte, la voce roca, il commiato. Qualcuno, sornione, russa sul divano”.
Anche Giampiero, se ne è andato, non russa più sul divano.
E’ toccato a me ricordarli entrambi, marilena
Penso che un Signore come Claudio sia rimasto nel cuore a tante persone che l’hanno conosciuto.
Grazie Maria Angela
Giancarlo e Iole