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11 febbraio 2012

Essere o avere: dalla malattia ai diritti dei cittadini

ADIAPSI.jpgUn’altra serata che registra il tutto esaurito nell’atrio della scuola primaria Pascoli. Ospite dell’incontro fuori programma organizzato dall’AUSER di Besozzo è il professor Giuseppe Armocida. Una lunga esperienza di lavoro come psichiatra alle spalle e docente di storia della medicina all’Università dell’Insubria. Introduce Giovanna Binda besozzese e presidente di A.DI.A.PSI., associazione in difesa dei malati psichici, che ha collaborato all’organizzazione della conferenza.

Poche le certezze che il professor Armocida offre al folto pubblico. “Noi psichiatri siamo orgogliosi della nostra modestia: siamo gli unici medici che ammettiamo di non sapere quali siano le cause della malattia che stiamo curando” ripete a più riprese nel corso dell’intervento. “Siamo abituati a pensare la malattia come qualcosa esterna a noi che si “ha” ma che non ci appartiene. Utilizziamo una terminologia miliare per combattere, vincere, sconfiggere il morbo di cui si è afflitti.” spiega. A volte però l’obiettivo non è quello. Forse non è una casualità linguistica invece che le malattie mentali si attribuiscono con il verbo “essere”: depresso, schizofrenico, bulimico. Questi disturbi rarissimamente portano alla morte, ma altrettanto raramente se ne guarisce.

Un aneddoto raccontato da Armocida aiuta a capire molto dei pregiudizi sui malati di mente. Nella città belga di Geel venivano portati annualmente i malati per chiedere l’intercessione della santa locale, Dimfina, conosciuta per curare le malattie mentali. Quando allora ad inizio Ottocento l’ospedale psichiatrico di Bruxelles si trovò ad affrontare il problema dei pazienti in esubero, questi vennero portati a Geel e affidati alle famiglie che li accolsero nelle loro case. Durante tutto il secolo si sviluppò un’esperienza unica ed irripetibile: era stata creata una capillare rete di assistenza famigliare. Dove stava la differenza tra quella cittadina e le altre? A Geel i malati non facevano paura, anzi il loro arrivo era da sempre sinonimo di un giorno di festa e furono accettati con buona predisposizione d’animo.

ARMOCIDA.jpgArmocida traccia una breve sintesi dell’evoluzione della metodologia di trattamento, accennando anche agli anni di disorientamento dopo la chiusura degli ospedali. In psichiatria si sono fatti degli errori come la psicochirurgia. A volte si è abusato di alcuni trattamenti come l’elettroshock. I farmaci negli ultimi cinquant’anni hanno completamente cambiato il destino di molte persone. La psicoterapia come la psicanalisi non è una scienza, ma resta uno strumento importante per trattare le malattie mentali. “Certezze non ce ne sono” torna a sottolineare il professore. Le malattie mentali hanno forme differenti, risentono anche loro della società. Inoltre il comportamento della persona risente anche del comportamento del medico e di chi gli sta attorno. “A volte si guarisce, altre si migliora. Spesso bisogna solamente imparare a convivere.”

In molti casi le malattie psichiche non consentono di lavorare, eppure fino a qualche anno fa non era concesso ai malati l’indennità civile. Armocida offre la sua testimonianza: “Come medici ci siamo trovati nella situazione di falsificare la diagnosi per aiutare queste persone: perché un medico deve anche disobbedire alla legge quando questa è ingiusta.”

I malati psichici a volte riescono a lavorare altre volte no. Sicuramente non potranno avere il livello di produttività che richiede questa società. “Non si può tuttavia negare ai malati la dignità di cittadino, ragionando esclusivamente in termini meritocratici, occorre pensare anche a ciò di cui si ha bisogno.” aggiunge Armocida.

Ha partecipato all’incontro anche l’Assessore ai Servizi alla Persona del Comune di Besozzo Paola Bordiga. Assente invece il Sindaco di Cassano Valcuvia dove da alcuni anni è stata avviata un’esperienza di housing sociale unica in provincia di Varese e invitato a portare la propria testimoninza. Questa arriva attraverso un messaggio del primo cittadino Marco Magrini in cui vuole sottolineare, oltre all’impegno dell’Amministrazione, la straordinaria capacità di accoglienza del tessuto sociale che non ha mai sollevato problemi di vicinanza.

Non è mancato a fine serata il consueto rinfresco preparato in casa: una tavolata di delizie servite con l’invito a non fuggire al termine dell’incontro ma di fermarsi per incontrarsi e scambiarsi idee.

si.be.



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silvia bevilacqua





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