Abbiamo intervistato Guido Monfrini membro della CGIL e dipendente della cartiera di Besozzo tra gli anni cinquanta e settanta. Insieme abbiamo cercato di ripercorrere un tratto della sua storia e con essa anche quella della cartiera. La chiusura della cartiera ha segnato sensibilmente la storia del nostro paese e il Resto del Michelino non si è mai dimenticato dei 180 lavoratori che, da un giorno all’altro, hanno perso il loro lavoro.

Quando ha iniziato a lavorare nella Cartiera?
Ho iniziato a lavorare nella cartiera di Besozzo nel 1953. Dopo aver finito la scuola dell’obbligo ho fatto due domande di assunzione: una alla Cassani e una alla Cartiera di Besozzo. La prima a chiamare è stata la cartiera, anche perchè vi lavorava già mio padre e all’epoca era tradizione assumere i figli dei dipendenti.
Chi era il proprietario in quegli anni?
Il proprietario della cartiera era Beniamino Donzelli.
All’epoca le industrie spesso promuovevano attività sociali. Lo faceva anche la cartiera?
Sì, ad esempio la colonia di Cuvignone era convenzionata con la cartiera.
Ci racconti qualche anedotto.
Vicino alla cartiera c’era un commerciante di vini (Maurizio Monti) e talvolta, durante il turno delle 14.00/22.00, si riusciva a “banchettare” con salamelle cotte sui tubi della macchina per fare la carta acida. Lo sapevano anche i capi, ma tutto sommato a loro stava bene. Se gli operai erano indaffarati significava che c’era qualche problema nella produzione della carta, se invece si riposavano, voleva dire che tutto stava andando per il verso giusto. Dopo le sei di sera i dirigenti uscivano dalla fabbrica e se non c’erano particolari problemi alla produzione si incaricava un dipendende di prendere l’ordine del vino. Dopodiché l’addetto andava sul retro della cartiera e comunicava l’ordine al commerciante. Le bottiglie venivano così messe in una cesta e calate nel canale che si stacca dal Bardello per poi attraversare la cartiera. La cesta si fermava contro la rastrelliera e alcuni dipendenti passavano a raccogliere le bottiglie.
Quando ha iniziato a lavorare per la CGIL?
All’età di 15 anni mi sono tesserato alla CGIL e nel 1973 c’è stata la chiamata del sindacato. Le condizioni di lavoro dell’epoca erano molto più difficili rispetto a quelle attuali e spesso le riunioni venivano fatte “al Trani” (osterie popolari dove si serviva vino pugliese – nda). Il tesseramento della CGIL veniva rinnovato ogni mese da un delegato sindacale che passava nella fabbrica e metteva un bollino su ogni tessera. Nel 1970, con la legge 300, lo statuto dei lavoratori e le condizioni di lavoro cambiarono.
Nel 1974 mi assunse la CGIL di Varese. Lavoravo nel settore edile e nel settore dei Poligrafici Cartai. Nel giugno 1977 ci fu la crisi della Cartiera VITA MAYER, una crisi che sarebbe durata 10 anni. La cartiera fallì e 2.500 persone, tra dipendenti e associati, perdettero il posto di lavoro. E’ da considerare anche il fatto che la maggior parte di quelle persone viveva tra Tradate e Cairate.

Ricorda altre crisi nella cartiera di Besozzo prima di questa?
Tra il 1964 e il 1967 ci sono state le prime difficoltà con i primi licenziamenti, al tempo molto rari. Erano tutte persone prossime alla pensione.
Con la crisi ci fu la fusione con la Cartiera Meridionali di Barletta, dove ho lavorato all’avvio un macchinario, diventando la CRDM.
Come ha preso la notizia della chiusura della cartiera?
Nel 2007 ho avuto modo di trovare tutto il consiglio di fabbrica in un ristorante. Stavano trattando alcune prospettive di allargamento. In particolare si pensava ad un impianto in grado di riscaldare molte case con il calore fornito in eccesso dalla caldaia. Non mi aspettavo assolutamente che chiudesse. Stando vicino ai lavoratori durante le proteste e ripassando per quei luoghi ho provato un senso di nostalgia.
E’ ancora in contatto con qualche ex dipendente?
Dal 1991 a questa parte mi sono occupato quasi esclusivamente dei pensionati, ma sono comunque in contatto con alcuni ex-dipendenti della fabbrica. So che alcuni lavoratori si sono dovuti trasferire fino a Torino pur di trovare lavoro. In particolare ho incontrato l’ex consigli di fabbrica e ho saputo che ci sono delle difficoltà, poiché al di sotto dei 15 dipendenti c’è il rischio di non poter aprire la mobilità.

Allego all’articolo alcune precisazioni che sono riuscito ad ottenere a seguito dell’intervista:
Ad oggi ci sono ancora 87 lavoratori in cigs, gli altri si sono autocollocati in mobilità. Questo non significa però che attualmente abbiano un lavoro. Alcuni lo hanno trovato a tempo determinato (per un mese o magari solo poche settimane) e poi sono tornati in mobilità. Altri non lo hanno mai trovato, ma avevano bisogno di soldi ( TFR e incentivo ). Sotto i 15 dipendenti non si ha più diritto agli ammortizzatori sociali, ma ovviamente se si arrivasse vicino a quel numero si farebbe una transazione collettiva di quelli che sono rimasti.
ms