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11 febbraio 2012

Africa: corso di sopravvivenza


Tobias Castelli è un ragazzo di Bogno che un giorno ha deciso di avventurarsi in Africa, ma il suo viaggio è diventato molto più lungo ed impegnativo del previsto.

Pubblichiamo ora la lettera che ha voluto scrivere, ad un anno dalla sua partenza, per far conoscere ai lettori del Michelino e a tutti i suoi amici come procede la sua avventura.

Cari Amici,

il 21 di settembre ho festeggiato il mio anniversario africano sulla vetta più alta dell’Africa centrale, Sapitwa del monte Mulanje. Sapitwa, che nella lingua locale significa «non ci andare», è nota come luogo abitato da spiriti maligni. Ci siamo arrampicati in quattro: una ragazza inglese alle prese con un programma per BBC World Service, il suo ragazzo, una guida originaria del Malawi e un loro porter. Avere una persona esperta come guida ha reso tutto di gran lunga più facile. Abbiamo scalato grandi pendenza di pietra, siamo passati sopra, sotto e a fianco di rocce enormi, poco sotto la vetta, infine, abbiamo camminato su un tappeto verde di – scusate sto per dimenticare l’italiano – quello che cresce alla base dei alberi in assenza di sole e tanta acqua. L’atmosfera in questa piccola foresta di alberi corti e contorti con corone coperte di «barba del nonno» (Usnea barbata) è perfetta per una fiaba di elfi e streghe. Non manca la nebbia fitta che può sorprendere lo scalatore sfortunato sull’”isola nel cielo”, come viene anche chiamato il monte perchè la sua cima spesso sembra trovarsi  come separata dalla terra a causa delle nuvole. Qualche anno fa vi sparì, senza lasciare alcuna traccia, una giovane ragazza olandese che si avventurò sola.

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In cima, a 3002 m, molestati dal vento potevamo guardare con orgoglio la nostra conquista. Io mi sono avventurato da solo sulla montagna con provviste per cinque giorni che sembravano volermi trascinare di nuovo a valle. Di solito si paga un porter per portare il cibo e lo zaino pesante, ma l’idea di avere con me una persona sconosciuta, che probabilmente cerca di scroccarmi qualsiasi cosa oltre alla sua paga giornaliera, con cui fare soltanto small talk o passare lunghi momenti in silenzio ma perennemente osservato, mi pareva un incubo. Credo sia stata l’impresa più faticosa mai intrapresa. L’acqua che cacciavo giù in gola a grandi sorsi sembrava metterci giusto il tempo neccessario a reindossare lo zaino e far due passi per esplodere in cascate da tutti i pori: sudavo tantissimo. Infatti non ci ho messo molto a finire i miei quattro litri e avere la gola definitivamente secca. Sembrava che avessi fatto tutto sbagliato: l’esser partito senza porter, l’aver scelto il sentiero più ripido, da solo e infine senza acqua. Mi è anche capitato di perdermi e dover marciare al buio, ma, grazie alle foto della mappa scattate con la digitale, mi sono salvato. Nonostante tutto è stato splendido.

La montagna è cosparsa di piccole capanne dove bruciano fuochi profumati di cedaro ed è possibile sciacquare il sudore. Camminare solo sulle colline dei plateau sotto le vette rocciose ha un fascino difficile da descrivere. I tramonti del sole infuocato che sembra sciogliersi  all’orizzonte sono sublimi. Il cielo notturno è attraversato dalla via lattea lungo la quale faccio viaggiare i miei pensieri sperando che arrivino a destinazione. Stelle cadenti lasciano scie lunghe che spariscono con la stessa velocità con cui appaiono.
Che cosa ci faccio in Africa? Per chi se lo chiede è una domanda pienamente giustificata.Non saprei rispondere. Sicuramente non con una risposta soddisfacente.
Ero partito con l’intento di fare sei mesi come volontario. Una volta in loco mi sono reso conto che l’Africa non è l’Africa, ma un continente dalle mille sfaccettature. Quando pensiamo all’Europa non pensiamo ad una unità. Certo esiste quell’idea un po’ astratta dell’Unione Europea. Ma gli italiani restano italiani, i tedeschi tedeschi e via dicendo. Invece per noi «occidentali» (discutiamo un’altra volta sulla vericidità di questo termine) in Africa sono tutti africani. C’è povertà, guerra, fame, corruzione, ONG, disastri naturali, umanitari ed elefanti. La  nostra idea creata dai mezzi d’informazione è falsa. Esistono tanti paesi ed ognuno è molto diverso dall’altro.
È impossibile scrivere qualcosa di obiettivo. Se si vuole avere una corretta impressione bisogna venirci di persona. E ogni persona vivrà la sua Africa (scusate la semplificazione, ma facilita la faccenda).

Insieme ad un inglese, appassionato paleontologo, ho fatto delle camminate e marce indimenticabili, circondato da branchi di elefanti e incontrando da vicino ogni tipo di animale tranne i leoni. Ma, credetemi, gli elefanti fanno molta più paura e causano anche più morti. In South Luangwa circa 10 all’anno. Abbiamo assistito, nascosti dietro ad un cespuglio e con il cuore in gola, pronti a saltare sull’albero più vicino, alla scena di due elefanti furiosi alla caccia di un branco di rari Wild Dog. Niente restava intatto sulla scia che si lasciavano dietro i pachidermi, che emettevano strilla udibili per chilometri. A noi, distanti pochi metri, rimbombavano nella testa. Nel bush si impara a rispettare la natura fino all’ultimo dettaglio, anche perchè ne può dipendere la vita. Veniamo ridimensionati alla nostra grandezza reale: semplici animali in natura.

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Il Malawi è splendido. Sono sopravissuto a due mesi di bancarotta lavoricchiando in Backpackers, posti dove la gente con lo zaino trova un’accomodazione, birra e divertimento. Ho avuto anche la malaria. Lento a riconoscerne i sintomi, sono finito in ospedale dove per tre giorni mi hanno «nutrito» di quenina endovena, vecchia moda utilizzata già nel Congo alla fine del XIX Secolo. Qui, con  le orecchie fischianti e i tamburi nella testa, ho trovato le forze per riassestare il braccio di un povero Cristo appeso al muro. La malaria aveva succhiato veramente tutte le forze. Le infermiere mi assistevano e forzavano a mangiare e bere.

Ho aiutato due ragazzi a costruire un catamarano, facevo regolari visite ai pesci colorati e con un amico ho goduto di tutto quello che ha da offrire il nord del Malawi, dalle colline ondulate coperte d’antilopi del Nyika Plateau al magnifico Backpackers di Ruarwe, che sorge in una baia sul lago quasi intatta. Sono partito da Blantyre a piedi con l’intenzione di arrivare in Africa del sud. Ho scavalcato Mulanje, ho attraversato la frontiera per il Mozambico e sono arrivato al fiume Zambesi. Dopo solo circa 300 chilometri, dopo aver attraversato una zona dove non c’è nulla ad eccezione della polvere, una terra inospitale dove le donne si bruciano le dita sul fuoco vivo prendendo con le mani le pentole prive di manici, dove l’acqua è poco trasparente e i biscotti disgustosi, ho deciso di abbandonare l’idea di fare tutto a piedi. Con la gente che parla il portoghese non riesco a fare conversazione e, oltre a leggere il mio libro durante le ore più calde del giorno, non avevo praticamente stimoli. Mi annoiavo e sentivo solo. Se non era per la gente che ogni tanto mi invitava a pranzare con nsima, una farina di mais cotta in acqua, e gallina, non mangiavo altro che biscotti. Di frutta e verdura mi nutrivo solo nei sogni.
Oggi ho fatto l’autostop per la prima volta dopo tanto tempo e ho percorso in mezza giornata la distanza che avevo fatto in 20 giorni, compresa la scalata del monte. Che strana sensazione passare sul terreno a quella velocità, senza neanche sfiorarlo con i piedi!

Tobias Castelli



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Beatrice





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