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11 febbraio 2012

Suor Raffaella, missionaria tra i Pigmei Akà

Suor Raffaella Nella cornice della sua casa “italiana” immersa nel verde, siamo accolti dallo sguardo sereno e intenso di Suor Raffaella Pironti, alla vigilia del suo ritorno in Africa.

Incalzata dalle nostre domande, con voce lenta, tono pacato ma mai incerto, Raffaella ci racconta della sua attività di missionaria comboniana, prima, tra il 2000 e il 2006, a Bebedja, in Ciad, poi, da allora ad oggi, nel villaggio di Zomea tra i Pigmei Akà della Repubblica Centroafricana.

Con riguardo ad entrambe le esperienze, come ci si avvicina a persone che hanno una cultura, degli usi, una lingua diversi dai nostri? Quali sono i canali di comunicazione?

E’ necessaria la pazienza tua e loro, sapersi mettere in ascolto, imparare la lingua e la cultura: per sei mesi in Ciad sono andata a scuola di ngambay, una delle loro lingue. In Ciad ci sono 700 dialetti, ma le due lingue ufficiali sono il francese e l’arabo. Il Nord è musulmano, così al Sud rifiutano l’imposizione dell’arabo e parlano le loro lingue. La lingua, perciò, costituisce il grande problema del Ciad, mentre la fortuna del Centroafrica è proprio avere una unica lingua ufficiale, il sango, parlata da tutti: ogni etnia ha, infatti, il suo dialetto – l’akà è quello pigmeo per esempio – ma ufficiali sono il sango e il francese, che è usato solo nella capitale e a scuola. Ma la lingua più grande resta l’amore, perchè puoi conoscere una lingua ma poi parlarla con violenza.

Ci sono dei valori invarianti che connotano l’essere umano e si ritrovano, quindi, tanto in noi quanto in un Pigmeo o in un abitante del Ciad?

La cultura centroafricana è, secondo me, molto ricca. Io trovo in loro dei valori che la società occidentale ha perso: quello della famiglia, dell’accoglienza, della pazienza, della sopportazione, del rispetto per la vita e per la natura, della centralità della persona. Il tempo, ad esempio, è per la persona. C’è rispetto per i bambini e per gli anziani, tenuti in grande considerazione per la loro saggezza. Anche la morte, la sofferenza, la malattia sono considerate parte della vita. Io ho imparato da loro a rapportarmi con la morte in maniera più serena, forse perchè stando con loro io tocco Dio: nascono e muoiono nell’indifferenza del mondo e allora senti che sono preziosi per Dio. Nessuno può togliere la sacralità della loro vita.

Chi sono i Pigmei?

L’etnia Akà è il popolo che originariamente ha abitato la Repubblica Centroafricana. Poi altre etnie sono arrivate dal Congo, dal Camerun, dal Ciad, in seguito alle guerre. Fino a non molto tempo fa vivevano nella foresta,  che è la loro “mamma”, ha offerto loro sempre tutto. Le nuove popolazioni hanno tolto loro gli spazi e li consideravano “animali”, njama, per le loro abitudini. Tante famiglie sono diventate schiave nei campi di caffè e manioca, e tuttora è così: passano di generazione in generazione e sono pagati o con la razione giornaliera di cibo o, per i lavori stagionali, anche solo con una sigaretta.

Si stima che attualmente siano 16000 sparsi per la foresta, dato che non sono registrati all’anagrafe. Sono una popolazione nomade che si muove, di conseguenza, su un territorio vasto. A causa, però, degli ampi disboscamenti condotti dalle compagnie che rivendono il prezioso legname soprattutto all’Europa, gli Akà sono costretti a uscire dalla foresta alla ricerca di un nuovo sistema di vita, ad esempio come agricoltori.

Perchè sei andata in missione proprio tra i Pigmei?

Ho pronunciato voto di obbedienza e mi hanno chiesto se volevo andare a Zomea, dove era morta un Sorella che si occupava del dispensario, secondo il bisogno della missione.

Di che cosa hanno bisogno? Di che cosa ti occupi nella missione?

Siamo due infermiere sia in dispensario, che è composto da 24 letti d’ospedale, sia nella foresta: ci occupiamo di educazione sanitaria, vaccinazioni, ricerca e cura dei lebbrosi, muovendoci su grandi distanze.

Se hai fatto una buona sensibilizzazione, gli Akà iniziano a venire in ospedale, percorrendo anche 60-80 Km, perchè sentono di essere voluti bene. Per curarsi loro tradizionalmente usano infusioni, foglie, prodotti della foresta.  Altrove, del resto, non hanno accesso perchè gli ospedali sono a pagamento. Da noi la famiglia del malato in cambio delle prestazioni mediche fa dei lavori o procura la legna.

Al dispensario abbiamo la pediatria, la maternità, la medicina, mentre per la chirurgia bisogna rivolgersi ad altri ospedali, perchè non abbiamo medici. Ci preoccupiamo invece del decorso post-operatorio.

Il mio ruolo, perciò, è principalmente nell’ambito della sanità, mentre una Sorella si occupa della catechesi e una della scuola. A scuola, infatti, i Pigmei  non hanno accesso. La scuola è anche un luogo di integrazione col resto della popolazione: già da bambini gli Akà incontrano delle difficoltà a mescolarsi con glialtri.

Il dare è anche un ricevere?

Io ricevo tantissimo, soprattutto dai bambini. I miei preferiti sono gli orfanelli e i malnutriti. Il fatto di poter condividere la vita con loro è per me una gioia grande. Ti fanno sentire a casa, parte della famiglia e parte di loro. A volte ci chiamano addirittura “mamma”.

E’ una vita dura: io continuavo a piangere i primi giorni pensando come sia possibile vivere così. Eppure sono ancora loro a darti tanto, io porto via tanto. In fondo è la promessa che Gesù ha fatto ai discepoli. Pietro aveva chiesto: “Noi che abbiamo lasciato tutto che cosa avremo in cambio?”. E Gesù ha risposto: “Riceverete il centuplo quaggiù”.

Raffaella, sei felice?

Sì. Il nostro fondatore, Daniele Comboni, ha detto: “Se avessi mille vite, tutte le darei per l’Africa”. E io posso dire la stessa cosa.

Awè. Amuscia.

Raffaella ci congeda con le espressioni sango e akà per dire “basta, ho finito” e un immancabile sorriso caldo e pacifico.

VB e DS – foto Suor Raffaella.



About the Author

valeria





2 Comments


  1. silvia bevilacqua

    gran bella intervista


  2. Matteo

    Grazie per questa intervista ad un’amica molto cara..



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