Il Master in Analisi di progetti di Sviluppo dell’Università di Milano ha portato Paolo Grassi dalla tranquilla frazione di Bogno fino a Città del Guatemala, dove da circa un mese lavora con l’Unità tecnica locale della Cooperazione italiana per un “Progetto di Protezione e Sviluppo dell’Infanzia e dell’Adolescenza Lavoratrice di Città del Guatemala”. Gli interventi si concentrano in due zone della capitale guatemalteca che sorgono al confine di una grossa discarica municipale, surreale luogo attorno a cui si aggirano la vita e la morte di migliaia di persone, come Paolo racconta nel suo diario di viaggio.
La discarica in questione è la principale fonte di sostentamento per centinaia di famiglie. Ogni giorno schiere di guajeros, così come vengono chiamati gli smistatori di rifiuti, accolgono l’arrivo di decine di camion e iniziano la loro selezione: ferro, alluminio, plastica, vetro, carta, cartone, vestiti usati. Gli anziani e le donne riescono ad accaparrarsi i prodotti che valgono di meno sul mercato, i giovani maschi quelli più remunerativi, assicurandosi così una decente fonte di sostentamento. Tutto quello che può essere recuperato viene raccolto e venduto a compratori, che rivendono il materiale a fabbriche, che a loro volta lo lavorano per rivenderlo a multinazionali del riciclaggio, in un circolo economico schizofrenico, un business milionario pronto ad arricchire realmente solo i pesci più grossi della catena. Una violenza diffusa pervade i due quartieri e la città. Bande giovanili – le maras – e i narcotrafficanti rivendicano il reciproco controllo di porzioni di territorio. I giornali riportano giornalmente di sparatorie e assalti.
Il lavoro dei guajeros è necessario alla città, alla sua sopravvivenza, alla sopravvivenza dei quartieri poveri come di quelli ricchi, quegli stessi quartieri cintati da filo spinato, con guardie armate alle porte, dalle quali escono giornalmente SUV blindati lavati accuratamente da domestiche maya. Eppure la professione del guajeros è considerata spesso come spregevole, indegna, rifiutata dal resto della popolazione. Le condizioni lavorative sono pessime, non esistono precauzioni di alcun tipo. Stormi di avvoltoi sorvolano costantemente l’area. Solo nella zona 3 della città ci sono 1.185 persone che lavorano come guajero. La metà è analfabeta. Molte persone lavorano con famigliari, mogli, figli, sei giorni alla settimana, quattro o otto ore al giorno.
Sul lato opposto all’entrata principale della discarica, alcuni insediamenti informali, gli asentamientos, le baraccopoli, si protraggono verso il basso, lungo strette valli che scavano il terreno dell’altopiano sui cui sorge la città. Qui il problema maggiore non è la mancanza d’acqua, né la condizione precarie delle abitazioni, la maggior parte delle quali costruite in lamiera e legno. Qui il problema maggiore, specie durante la stagione delle piogge, è l’erosione. Piove molto. Piove tutti i giorni. La terra cede e le case di lamiera vengono inevitabilmente inghiottite. In questi asentamientos vivono los mineros, i minatori, quelli che lavorano in discarica abusivamente, cercando oro, argento e ferro tra i rifiuti scartati dai guajeros – rifiuti di rifiuti – e tra i resti di morti triturati periodicamente e gettati da un cimitero posizionato più in alto, sull’orlo di una parete che si affaccia sulla stessa discarica. In un mese e mezzo ci sono state due frane all’interno dell’area. Ufficialmente una quindicina di morti, in pratica decine di scomparsi sotto i rifiuti.
Si parla di una futura privatizzazione della discarica, ora di proprietà della Municipalità, o addirittura di una sua prossima chiusura. Le famiglie dei guajeros temono di rimanere senza lavoro.